Una storia antica...

 

… “Mègghie ‘na sciàbbola dèndre la panza che nu Sciabbolò dèndre de càse”…

 

 Famiglia patrizia di Ripatransone (maschi e femmine) ante 1571, di nobiltà ultra generosa pre unitaria (Stato della Chiesa).

 

Il cognome della nobile famiglia Capecci (ab ovo Camela, poi diramata in Capecci) si consolida solo a partire dal 15 Settembre 1690 nella terra di Acquaviva (AP), mentre prima di allora la Casata porta il toponimo “di Pietra Camela”, oppure “a Petra Camela” (Pietracamela è un borgo montano attualmente in provincia di Teramo), luogo dal quale provengono i primi capostipiti che si insediano a Ripatransone (AP) fra la fine del ‘400 e i primi del ‘500, precisamente nella parrocchia di San Michele Arcangelo. Ripatransone è una città in cui vige, all'epoca, la separazione dei ceti e che, dunque, ha un ceto patrizio distinto da quello  borghese e da quello plebeo. Perfino al tempo della Consulta Araldica del Regno d'Italia, infatti,  ancora parecchi secoli dopo, Carmelo Arnone  riconoscerà al luogo l'appartenenza di  un ceto nobile che può fregiarsi  (tutt'oggi) del titolo  di "Nobile di Ripatransone", appannaggio sia di  tutti i figli maschi che di tutte le femmine (mf) ma ereditabile, ovviamente, solo per via maschile.

 

 

E’ documentata, nella Biblioteca Comunale di Ripatransone (in un foglio sciolto all'interno del taccuino di schizzi di stemmi ripani del NH Benvignati, intitolato "Repertorio di antichità ripane e carassanesi",  risalente alla seconda metà dell'800), una pagina manoscritta contenente la rappresentazione grafica di un blasone e il riferimento al cognome Camela. Questo foglio è in carta vergellata, con una buona porzione di filigrana ed è databile alla fine del 1500 / primi del 1600.

 

Lo stemma, vergato presumibilmente con inchiostro a scarsa componente tannica e/o metallo gallica, raffigura il seguente blasone: ”Scudo Accartocciato, partito: nel primo a sei bisanti (o palle) posti in cintura e sormontati da una corona radiata all’antica di 5 punte visibili,  nel secondo ad un leone alato e rivolto, armato e lampassato (oppure, in altre rappresentazioni, un grifone). Timbrato con l’elmo patrizio.”

 

 

Lo Stipite documentato risulta essere Ser Antonio, nato presumibilmente a Pietracamela intorno al 1455 circa.

 

Il figlio, Ser Angelo, anche egli nato forse a Pietracamela nel 1485 circa, genera poi tre figli: lo Ill.mus D.nus Hieronymo e lo Ill.mus D.nus Lonardo (anche detto Nardo). Il terzo figlio è probabilmente Guardiano, che prende il nome dal castello che la famiglia possiede in colle di Guardia.

 

Nel 1571 Hieronymo è consigliere comunale nonché “Homo Electus” delegato dai Domini Antiani per verificare la concreta rendita dei terreni e dei beni destinati dalla comunità di Ripatransone alla erigenda nuova Diocesi. Compito questo estremamente importante e delicato, poiché, contestualmente al rango di Diocesi, Ripatransone sarebbe poi stata elevata al grado di Città

 

Il Pontefice Pio V, sempre nello stesso anno del 1571, mette mano alla bolla ed ufficializza la nuova Diocesi ripana, ed in tal contesto il nome, il rango e l’incarico di Hieronymo sono documentati in diverse fonti :

 

Consigli Comunali dell’anno 1571, registro 37, carta 16 verso, nell’Archivio Storico del Comune di Ripatransone. Qui si leggono l’appartenenza al Consiglio Comunale e l’incarico di verificare le rendite derivanti dai terreni e dai beni destinati dal Comune al sostentamento della nuova Diocesi.

 

Rogito notarile dell’anno 1571, manoscritto, Archivio Storico del Comune di Ripatransone. Qui Hyeronimo , insieme con suo fratello Nardo vende al miglior offerente un castello rurale sito in Contrada Guardia, una casa colonica e un oliveto di 120 alberi. E, oltre a essere descritti come figli di Ser Angelo e nipoti di Ser Antonio di Pietra Camela, sono appellati col trattamento di Illustrissimi Domini.

 

“Erezione della diocesi di Ripatransone, pagine di storia religiosa marchigiana, sec. XVI” libro di Mons. Giovanni Papa, Edizioni Studia Picena, Fano 1976. Qui alla pagina 145 vengono pubblicati e specificati in nota il nome e i compiti di Hieronymo.

 

I Camela, o almeno la parte principale della famiglia, lasciano però quasi subito Ripatransone. Augustino, infatti, figlio di Antonio e nipote di Nardo, pur nascendo a Ripatransone muore a Gruptar ad Mare (Grottammare, in provincia di AP) nel 1649.

 

 

Augustino nasce a Ripatransone nel 1599, qui si sposa nel 1624 una prima volta con Donna Laudimia dei Ranaldi de Ripa ed ha il primo figlio, Joannes, nel 1629. Poi lascia la città.

 

 

Si stabilisce a Gruptar ad Mare e forse proprio in questa città contrae un secondo matrimonio con Donna Olimpia Julia. Il secondogenito, Domenico, nasce a Grottammare nel 1631 e poi si trasferisce a sua volta in Acquaviva (Acquaviva Picena in provincia di AP). Qui Domenico dà origine all’intero ceppo Piceno dei Capecci, non si hanno prima, infatti, notizie di altri Capecci in paese.

 

Nel 1690, e più precisamente il 15 Settembre, nasce una sua nipote, Anna Maria (figlia di un altro Augustino, il primogenito di Domenico), e in questa occasione appare per la prima volta la dicitura: “Augustini Dominici Capeccio et Donna Dianora”, ovvero (figlia) di Augustino, di Domenico Capeccio, e di Donna Dianora.”

 

Anche nella nascita di Maria Rosa, figlia di Philippus, il terzogenito di Domenico, avvenuta (sempre ad Acquaviva) il primo Luglio 1694, compare qualcosa di simile: “Philippi Dominici alias Capeccia et Donna Francisca”, cioè (figlia) di Filippo, di Domenico altrimenti detto Capeccia, e di Donna Francesca. Il cambiamento di cognome da Cameli in Capecci, dunque, pure se in modo graduale è iniziato.

 

Il motivo che porta alla attribuzione a Domenico dell’ appellativo Capecci può essere spiegato analizzando il significato dello stesso soprannome: una trasposizione  derivante dal latino Caput-capitis (Capo). Infatti il termine Capecchio, secondo il Dizionario della Lingua Italiana Garzanti (edito nel 1977),  sta a indicare la parte superiore (del “capo”) della pregiata pianta del lino durante la sua lavorazione: " materia grezza ottenuta dalla prima pettinatura del lino e della canapa". Anche il Boccaccio nel Decamerone cita nella novella decima : "Poi sciogliendo le balle, tutte, fuor che due, che panni erano, piene le trovò di capecchio" .

 

 Tutto ciò fa desumere che la famiglia fosse proprietaria di piantagioni di lino più o meno estese (soprattutto nei possedimenti terrieri ubicati fra la stessa Ripatransone, Acquaviva Picena, in particolare la contrada Cerquaferrata, ed Offida) e che, probabilmente, lo commercializzasse in modo massiccio.

 

Da Valerio prende origine con il 1773, anno della sua nascita, una particolare curiosità storica della famiglia Capecci: il vezzo di chiamare con i nomi Valerio e Giuseppe ogni figlio primogenito, alternandoli tra una generazione e l’altra.

 

 

Un orgoglio, ma anche motivo di lutto per la famiglia, è Giuseppe, ucciso nel 1799 mentre difende, insieme ad altri cittadini, Acquaviva dai briganti – insorgenti (anti francesi) comandati dal bandito/generale Sciabolone. E’ sepolto nella chiesa di San Nicolò di Bari ad Acquaviva.

 

Un aneddoto (non si sa quanto vero e quanto leggendario) su Giuseppe riguarda il fatto che egli prima di morire ha a pronunciare una frase in dialetto, molto ironica e al tempo stesso sprezzante: “Megghie na sciabbola dendre la panza che nu Sciabbolò dendre de case”, che tradotto in Italiano significa: “Meglio una sciabola conficcata nella pancia piuttosto che un brigante come Sciabolone libero di scorrazzare in casa”.

 

 La sua morte in tale circostanza di assedio, nonché la sua sepoltura in chiesa, comunque, sono documentate sia dal relativo Registro dei Defunti della chiesa di San Nicolò, sia dal libro “Storia di Acquaviva Picena”, di Gabriele Nepi.

 

 

Giuseppe, poi, il figlio di Valerio, risulta possidente ed abitante cittadino da un libro dello Stato delle Anime, nel periodo della metà dell’ Ottocento circa.

 

Suo figlio, Valerio, come risulta dall’ Archivio di Stato di Ascoli Piceno, acquista nel 1901 il palazzo di famiglia ad Acquaviva, di 5 piani e 18 stanze, che affaccia sulla piazza principale. Il palazzo, di costruzione molto antica (dallo stile se ne desume una origine quattrocentesca) affrescato al suo interno, dispone di una cappellina privata che conteneva molte importanti tele, una delle quali opera del famoso pittore fermano Filippo Ricci nella metà del 1700.

 

In seguito una piccola nota di celebrità viene vissuta da Giuseppe Nicola (1880-1946) il quale, avendo la grande passione della buona tavola, è pregato dall’ allora Podestà di Acquaviva di organizzare, nel palazzo di famiglia, una sontuoso banchetto in onore del Maestro Pietro Mascagni che venne ospite ad Acquaviva insieme al Baritono De Luca e all’Impresario Grand’Uff. Rossi.

 

Doveroso, infine, ricordare altri personaggi, cronologicamente tra i più recenti.

 

Tra di essi Valerio (Acquaviva Picena 1909 - San Benedetto del Tronto 1990, sepolto ad Acquaviva Picena) che, come ricordato anche nel sopracitato libro “Storia di Acquaviva Picena” è Segretario Comunale, attivo prima nel Municipio di Monsampolo del Tronto, poi in quello di Acquaviva dal 1944 al 1960, e infine in quello di Offida.

 

Egli sposa una ereditiera, Giovanna Maria Capriotti (nata nel 1916) ,  di Olivio, la quale avendo perso gli unici due fratelli maschi in un incidente automobilistico nel Dicembre 1937, mentre tornavano da Roma dove si erano recati per curare alcuni affari di famiglia, diviene erede insieme alla sorella  di un patrimonio composto da possedimenti terrieri, mulini, frantoi e altri beni immobili. Donna Giovanna Maria  decede nel 2013 ad Offida ed è sepolta accanto al marito ad Acquaviva Picena nella cappellina di famiglia (Compagnoni - Capecci).

 

Il padre di Giovanna Maria, Olivio Capriotti, come risulta dall’Archivio di Stato di Ascoli Piceno è, fino al 1949, Enfiteuta dell’Abbazia di San Benedetto.

 

 

Di spicco uno dei due fratelli di Valerio: il Generale Altobello Valente (detto Aldo), classe 1912, defunto nel 2005 e sepolto ad Acquaviva Picena, che, dopo una brillante carriera militare come Ufficiale nella Guerra d’Africa, entra nella Polizia di Stato salendo fino al massimo vertice conseguendo, poi, la medaglia d’oro Mauriziana per lungo comando. L’ingegner Dino, figlio del Generale Altobello, è attualmente uno dei professionisti più noti e stimati nel panorama edilizio locale. La defunta Maria Gabriella, anch'essa figlia del Generale, che ha sposato il Dott. Maurizio di Menna, capo area di una delle più grandi aziende farmaceutiche internazionali,  ha una figlia, la dott.ssa Fabrizia, medico odontoiatra in quel di Bologna e un figlio, il dott. Massimo.

 

 

 

Il figlio di Valerio, il Professor Giuseppe (detto Pino), classe 1938, deceduto nel 2001  e sepolto ad Offida, è oltre che dirigente di un Ente Regionale (Ufficio Decentrato Opere Pubbliche e Difesa del Suolo, ex Genio Civile), un validissimo storico dell’ arte e pittore e viene nominato, nel 1980, "Accademico Gentium pro Pace" di Roma (ex classe sibi legitima)  per meriti artistici. Egli sposa nel 1969 , ad Offida (AP) il Perito Chimico Maria Teresa Vannicola, detta Marèsa, discendente dal Dominus Domenico che è capitano dell'esercito comunale di Offida nella metà del XVII secolo. Marèsa aveva per madrina di  Cresima la defunta ND Annunziatina Sergiacomi, detta Titina, sposata in Cannelli e figlia del NU Cav. Pietro Sergiacomi di Offida,  dignitario della Famiglia Pontificia, con il titolo di “Cameriere d'Onore Soprannumerario di Spada e Cappa  di Sua Santità” (in data 1 Novembre 1958) e decorato con “Placca dell'Ordine di San Silvestro Papa” (in data 20 Gennaio 1959).

 

 

Da Pino e Marèsa, nel 1970, nasce il primogenito Mauro Valerio, araldista ed oplologo medievale, "Accademico delle Scienze Araldiche e Oplologiche Medievali di Innsbruck". Nel 1974 nasce  il secondogenito Gianmarco Duccio, musicista per passione e dottore (Summa cum Laude)  in Scienze Religiose.  Mauro e Gianmarco hanno per padrini di Cresima rispettivamente Pasquale e Stefano Cannelli, nipoti ex filia del NU  Cav. Pietro Sergiacomi di Offida (AP).

 

 La famiglia è attualmente censita nell’Annuario della Nobiltà Italiana (edizione S.A.G.I.) ed è stata recensita con un servizio giornalistico edito, a firma della caporedattrice dott.ssa Asmae Dachan,  dalla pagina 36 alla pagina 39, sulla rivista mensile "ML Mondo Lavoro Magazine", uscita in edicola nell'Aprile 2014.

 

 

La maestra Lea, sorella del prof. Giuseppe, anch’essa figlia di Valerio, nata nel 1943, sposa nel 1965 il facoltoso e noto industriale sambenedettese Lino Liberati, discendente da famiglia di antiche tradizioni marinare. Da questo matrimonio nascono Michele Liberati (imprenditore nel settore informatico) e Valerio Liberati (che ha seguito le orme del padre alla guida dell’azienda di famiglia).

 

 

 

Fonti:

 

 

 

  • Archivio Storico Parrocchia San Nicolò di Bari – Acquaviva Picena (AP)
  • Archivio Storico Parrocchia San Michele Arcangelo – Ripatransone (AP)
  • Archivio di Stato di Ascoli Piceno
  • Biblioteca Comunale, fondo antico  - Ripatransone (AP)
  • Archivio Storico Comunale – Ripatransone (AP)
  • Libro “Storia di Acquaviva Picena”, del prof. Gabriele Nepi, edito dalla Cassa Rurale e Artigiana di Acquaviva e Monteprandone, 1982
  •  Rivista mensile "ML Mondo Lavoro Magazine", in edicola ad Aprile 2014